24.1.05

 

CLOVIS


Arsenale della Speranza - Mi sono ritrovato qualche settimana fa ad accarezzare affettuosamente Clovis che stava per morire. Lo abbiamo conosciuto subito il suo incidente di lavoro, gli era caduto un motore di una macchina sulla pancia e da quel momento la sua vita non è stata più vita. Dopo tanti anni di contrasti, aveva bussato alla nostra porta chiedendoci nuovamente aiuto. Quante volte era arrivato ubriaco pensando di fare di noi quello che voleva, quante volte ci ha insultati promettendoci una coltellata nella gola, quante volte per noi Clovis è stato un incubo ricorrente alla porta. Nella sua vita non ha conosciuto la pace, per questo era sempre armato della sua violenza incontrollabile e della sua furia che attaccava tutti quelli che non erano d’accordo con lui.
Ma questa volta sapeva che stava arrivando alla fine, noi non lo avevamo ancora capito. Gli abbiamo detto: “Stai facendo la pace con Dio?”. La sua risposta è stata chiara e disarmante: “Come faccio a fare la pace con Dio se sono buttato in mezzo ad una strada e nessuno mi vuole aiutare”. La bontà è disarmante. Gli abbiamo affittato una stanza con un letto e un bagno. Ma ormai tutto quello che mangiava lo vomitava.
In un momento di dialogo, Clovis ha aperto la camicia e abbiamo cominciato a contare insieme le cicatrici di una vita senza limiti e senza freni. Il suo corpo era il libro della sua storia violenta - oltre all’immensa cicatrice dell’incidente, aveva una costellazione di piccole e grandi segni. Io puntavo la cicatrice col dito e lui ricordava. “Questa qui come te la sei fatta?” Lui rispondeva semplicemente: “facada”, pugnalata. “È questa sulla testa”. E lui: “paulada”, bastonata. “…e qui sul braccio?”. Con un sorriso: “in una rissa mi sono spaccato il braccio in due”. E così via.
Nonostante tutto e l’intimità che avevamo conquistato, i segni sul suo corpo erano segni di valenza, di un uomo che non ha avuto paura, un uomo che non si è mai tirato indietro. Ho preso la sua testa, l’ho appoggiata sulla mia spalla e lui si è rilassato. Come un bambino si è lasciato coccolare, accarezzare in una domenica tranquilla, sulla panchina dell’Arsenale. Ancora una volta aveva scelto noi, quell’uomo valente ha trovato la forza di disarmarsi soltanto con noi, che non abbiamo guardato al passato, ma a quello di cui aveva bisogno.
Nessuno può scegliere chi ti deve volere bene, sono gli altri che ti scelgono se vedono in te la bontà che sa perdonare. I cuori delle persone non li può comandare nessuno, soprattutto quando la vita non ha lo stesso valore a cui un uomo normale è stato abituato a dargli. Per molti uomini - senza casa e senza futuro - vivere significa esistere giorno per giorno senza sapere cosa avverrà domani. Ho conosciuto tante storie, ho visto tante vite che non avevano nulla di nulla, nulla di materiale, nulla di spirituale, niente di niente. In verità molti scelgono la droga, il sesso facile, la criminalità sporadica, per cercare il proprio amore, quell’amore che non hanno mai avuto. Molti di loro sono nati come mano d’opera, figli dell’ennesima notte di sesso, figli della cultura della miseria che fa nascere figli che potranno essere utili per sostentare la famiglia. I padri si sono ritrovati incapaci di amare i propri figli e i figli si sono ritrovati senza padre, orfani più che dei genitori, orfani degli abbracci, delle promesse, orfani dell’essere perdonati, dell’essere capiti.
L’Arsenale della Speranza si riempie tutti giorni di donne e di uomini, ognuno di loro ha la propria storia, il proprio passato più o meno dignitoso. Per sopravvivere nella giungla delle nostre città, ognuno di loro ha imparato ad armarsi. Non sto parlando delle armi vere e proprie, ma delle armi del cinismo, dell’egoismo, le armi di farsi i fatti propri per sopravvivere, dell’omertà. A volte sono talmente armati che non si fidano più di nessuno.
Per entrare in relazione con loro bisogna disarmarsi veramente di tutto, soltanto così loro si disarmeranno come ha fatto Clovis con noi. Spero che tutti noi, in tutti gli Arsenale del mondo possiamo crescere abbastanza per accettare questa sfida.
Non so se adesso che la vita sulla terra di Clovis è finita, sia riuscito a fare la pace con Dio - non ho avuto tempo di chiederglielo - ma penso che almeno si sia riconciliato con noi e sicuramente é morto ricordandosi delle nostre carezze.


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