27.1.05

 

IMPARARE A VIVERE CON IL SEMI-ARIDO



Comunidade Maracá - Dirceu Arco Verde - Piauí - Alla vigilia del nostro viaggio ci avevano avvisato del grande caldo e delle difficoltà che potevamo incontrare. “Chi non è abituato al grande calore che fa là, deve stare molto attento”, “è meglio andare con le scarpe, con i sandali la polvere non ti lascia scampo”, “appena metti la testa fuori dall’aereo ti senti stringere al collo”, più o meno tutti i commenti erano su questo tono. Ma nessuno aveva fatto i conti con quello che là, chiamano inverno. Infatti la piena estate, dove in questa regione normalmente piove, la popolazione locale ha l’abitudine di chiamarla inverno. E' chiaro che non si può paragonare agli inverni rigidi europei o a quelli di San Paolo, ma devo immaginare che l’allevio dell’arrivo delle piogge e conseguentemente del verde, dei fiori e della vita, sia paragonabile alla nostra primavera che scioglie i freddi invernali.
Ci siamo ritrovati ad ammirare uno spettacolo a cui non eravamo stati preparati. Al posto delle piante secche ci siamo riempiti gli occhi di verde, invece della terra secca abbiamo infilato i nostri piedi nel fango, invece di strade impolverate abbiamo trovato chilometri e chilometri di strade stravolte dalle piogge. Per giorni e giorni non abbiamo visto le stelle.
Le nostre non erano vacanze, ma il viaggio aveva lo scopo di conoscere i luoghi e le persone che abbiamo aiutato l’anno passato, in occasione della Festa della Carità della Regione Belèm e valutare se era possibile creare una rete di aiuti tra le due diocesi e l’Arsenale. La diocesi che ci ha ospitato è quella di San Raimondo Nonato del Piauì.
Grazie al Vescovo dell’Archidiocesi e a tutti i suoi collaboratori siamo riusciti a farci un’idea sulle reali necessità della popolazione locale, anche se siamo arrivati nel momento più ricco dell’anno.
Abbiamo scoperto che con il nostro arrivo avevamo portato le prime piogge dell’anno. Nel visitare le piccole e umili case dei contadini, la maggior parte delle volte le abbiamo trovate vuote. Tutta la famiglia era nel campo per preparare la terra per la semina. Con la terra bagnata dall’acqua piovana, con l’aiuto delle vacche e l’antico aratro per fare i solchi, in questa regione la semina è ancora una scommessa. Chi ha piantato non sa se domani pioverà di nuovo, “e se non pioverà nei prossimi dieci giorni, possiamo dire addio al raccolto di quest’anno”.
Qui è proprio difficile vivere, l’acqua è tutto. I campi sono protetti da steccati caratteristici fatti di legna secca raccolta dagli alberi che non hanno resistito alla secca. Anche per le capre, per le vacche, per i porci, per le galline la vita è durissima, anche se sono la maggiore risorsa di ogni famiglia. Loro si devono arrangiare. Marchiati per essere riconosciuti dal padrone, gli animali girano liberi per i campi non coltivati, alla ricerca di qualsiasi cosa che si possa mangiare e che li possa salvare dalla secca. Quando non piove per uno, due o tre anni consecutivi – come è successo poco tempo fa – anche gli animali girano per i campi e per le strade, come le vacche scheletriche della Bibbia del sogno del faraone. Quando la secca non lascia scampo e non c’è proprio nulla che ti salva, si vende una vacca o un maiale e si tira avanti.
Ma oggi la lotta più grande delle organizzazioni che lavorano per migliorare la vita di queste persone, mirano all’indipendenza e all’integrità morale della famiglia. L’indipendenza in queste zone a volte non te la puoi permettere. Il clientelismo millenario da queste parti, travestito da democrazia, la fa da padrona. Le comunità che vivono isolate dai municipi, che sono raggiungibili soltanto su strade pericolose, senza asfalto, vivono di promesse che non saranno mai mantenute e la loro sopravvivenza, a volte dipende soltanto se il suo manifesto elettorale del nuovo sindaco è affisso sulla facciata della casa. Lo Stato non ha il potere di eliminare da se stesso i vizi di questo sistema.
Tanti progetti faraonici sono serviti soltanto a costruire monumenti nel deserto, con il tentativo di combattere la secca e le sue cause. La via delle cisterne familiari – lanciata dalla Caritas brasiliana – rientra nella nuova visione di aiutare la popolazione, non più a combattere la secca, ma a convivere con la secca. Il progetto prevede di rifornire ogni casa di una cisterna che possa raccogliere l’acqua della pioggia in quel mese che piove. Ogni cisterna, collegata con le grondaie del tetto, ha una capacità di raccogliere 2.500 litri di acqua. Se la stagione delle piogge è abbondante, l’acqua raccolta può aiutare la famiglia intera per bere e per far da mangiare per il resto dell’anno. Quello delle cisterne non è l’unico progetto della Caritas che ha futuro. Il progetto Fecondazione aiuta gli agricoltori a valorizzare l’allevamento delle capre, la produzione di miele, e l’agricoltura biologica.
Nella diocesi di San Raimondo Nonato, esiste un comitato di 5 saggi che decide dove destinare i fondi che arrivano da fuori per la costruzione delle cisterne. Il desiderio grande è quello di arrivare ad un giorno in cui nessuno soffra la sete.
Nella comunità di Maracà, a trenta chilometri dal municipio di Dirceu Arco-Verde, 24 famiglie hanno avuto la fortuna di poter costruire una cisterna, grazie ai fondi raccolta della festa della Carità. Abbiamo visitato alcune di queste famiglie, proprio mentre le prime piogge cominciavano ad inaugurare le cisterne. Abbiamo bevuto la prima acqua raccolta, mangiato il riso cucinato con quell’acqua. “Senza la cisterna nei periodi di secca bisognava fare chilometri e chilometri per andare a rifornirsi, sotto il solo. La cisterna è una grazie grande”. Praticamente tutti quanti ci hanno ripetuto lo stesso motivo. Soprattutto le donne, perché naturalmente gli uomini badano al campo e alle bestie e le donne ai bambini e al rifornimento dell’acqua. Non è facile nascere donna in queste terre. Dona Isabel, che ha compiuto 80 anni proprio il giorno che l’abbiamo conosciuta, ha messo alla luce 18 figli, in una vita piena di fatica, lavoro e secche.
Nonostante le difficoltà continuino a rimanere grandi e l’assenza dello Stato endemica, vari sono i progetti che tentano di dare nuovo slancio alla regione.
In molti stanno aspettando da tempo l’aeroporto di San Raimondo Nonato, che diventerebbe la porta d’entrata per tutti i turisti attratti dalle bellezze del Parco Nazionale della Capivara. Da anni è meta di archeologi, speleologi, antropologi e naturalisti, ma potrebbe diventare anche meta di turisti, più o meno specializzati, che hanno il desiderio di conoscere i siti archeologici che hanno il passaggio del primo uomo americano. Se questo accesso di nuovi turisti aiutasse anche la popolazione locale sarebbe un grande avanzo.
Un altro grande sogno, questa volta del Governo Federale, è quello della scommessa sul bio-diesel. L’idea è di produrre un diesel meno inquinante, mischiandolo con l’olio di ricino. Sono già state aperte due petrolchimiche nel Piauì per la produzione di questo nuovo combustibile. Gli agricoltori si stanno lasciando convincere a piantare nei loro campi il ricino e venderlo allo Stato per la produzione del carburante. Lo Stato dà i semi e compra il prodotto, i contadini mettono a disposizione la propria terra e il lavoro, ma ancora una volta resta l’incognita della pioggia. Comunque anche questa è una nuova fonte di lavoro per le persone che vivono queste zone.Ma sono molti invece i giovani, i padri di famiglia che hanno deciso di tentare la fortuna in altre terra. In San Paolo è grande la colonia “nordestina” e all’Arsenale arrivano tutti i giorni uomini che hanno lasciato le proprie moglie e i propri figli, per trovare un lavoro e una vita differente, invece a volte trovano la miseria delle favelas e lo sfruttamento sul lavoro. Molti ritornano alle proprie case. “Qui sopravvivere è più difficile, il caldo è micidiale, ma almeno è la mia terra e non la cambio per nessun posto del mondo”. Lorenzo


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